Ciao, sono Marco, autore di The Australian Way. Ultimamente ho compiuto un viaggetto in Africa, durante il quale ho tenuto informati amici e parenti sulle mie attività tramite delle mail periodiche. Ora ho deciso di pubblicarle qui: lo so, questo è nato come un blog su un viaggio in Australia, ma penso che da ora in poi diventera un blog di viaggio e basta. perche no?
Buona lettura. se vi va.
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Cairo, 19/12/2009
Ciao a tutti
Come molti di voi sanno, sono in viaggio per la Tanzania, più precisamente la mia meta e’ makambako, nella regione di Iringa, 700 km entroterra rispetto a Dar es Salaam che si trova sul mare. Per quelli che non lo sapevano, ecco ora lo sapete..
Ci vado perché mi e’ capitato di conoscere un missionario appartenente all’ordine della Consolata, Padre Remo, e gli ho chiesto: posso venire un giorno a dare un’occhiata alla missione? E lui ha detto gentilmente: certo, quando vuoi! Cosi un mesetto fa ho deciso di passare il Natale da lui, nella sua comunita’. L’africa e’ sempre stato il mio grande sogno, e una possibilità del genere era troppo bella per lasciarsela sfuggire, quindi l’ho colta al volo e sono partito 2 giorni fa da fiumicino. Tranquilli, non sto diventando missionario, non vado per salvare migliaia di peccatori dal male, vado solo a dare un’occhiata. E poi si vedrà, le vie del signore sono infinite come piace dire a molti. Volando con egypt-air, dovevo cambiare aereo al Cairo, quindi ho pensato: sarebbe stupido passarci senza fermarci. Quindi mi sono armato di pazienza e ho trovato qualcuno che mi poteva ospitare su un sito, chiamato chouchsurfing.org, che e’ una community di persone che si ospitano a vicenda sui rispettivi divani in giro per il mondo, naturalmente gratis. Il mio host si chiama Abdou, ha 30 anni, e’ nato ad alessandria ma vive da svariati anni al Cairo, più precisamente a Madinet nasr.
Il primo impatto col Cairo e’ stato strano: molto caotica, il traffico che e’ una presenza costante nella città, una specie di entità che la domina, tutti che cercano di spillarti qualche soldo in più rispetto a quello che costa la roba, donne velate, minareti dappertutto, smog a mille, polvere del deserto onnipresente
Sono arrivato a casa di abdou in taxi (naturalmente ho fatto un tassista molto ricco in un’ora, ma chissenefrega…non era comunque molto per me), e da li in poi posso dire di aver visto la prima Cairo del mio breve soggiorno: quella progressista, dei giovani che si sono religiosi, mussulmani o cattolici, ma non gliene frega poi molto, non pregano tanto e anzi gli da’ un po’ fastidio che tutti preghino cosi tanto. Ho passato la serata con lui e dei suoi amici, bevendo birra Stella egiziana, parlando naturalmente in inglese (loro sono tutti informatici e lo sanno abbastanza bene), e naturalmente fumando mille sigarette: volevo smettere di fumare, ma in Egitto tutti fumano e tutti offrono, quindi la cosa si e’ rivelata moooolto difficile
La mattina seguente, ieri, mi sono alzato di buon’ora e sono partito per le piramidi, molto lontane da dove ero ospitato. Sono stato in taxi, in minibus che non si capisce un cavolo di dove vadano, nessuno parlava inglese, ma alla fine sono arrivato alla metro, e da li a Giza, che e’ tipo un’altra città attaccata al Cairo. Da li per una serie di coincidenze ho conosciuto uno che conosceva uno che conosceva un’altro che mi ha portato a cavallo a fare il tour delle 3 piramidi maggiori, quelle vicino alla sfinge, bellissime anche perche da li in poi c’e’ l’imponente Sahara. Poi sono stato in una macchina che dopo un’ora di viaggio mi ha scaricato vicino a dei templi in rovina, chiusi al pubblico dicevano ma per me si poteva fare una visita…naturalmente ho pagato tutto profumatamente, ma non molto per me e sicuramente meno che con un tour all’europea. Poi la mia guida, Mudi, mi ha portato alla fermata della metro: pero poi ha cambiato idea e ha deciso di invitarmi a casa sua. Ho accettato, non so bene perche, l’uomo mi ispirava fiducia.. siamo finiti in taxi alla fine di un’autostrada, fuori Cairo, in un posto che ragazzi non so voi, ma io non avevo mai visto un posto cosi povero. Terra battuta, un sacco di asini e cavalli coi carretti, bambini ovunque e case che non so se noi europei definiremo case, oppure ammassi di mattoni con un paio di tappeti dentro.
Mudi mi ha fatto salire a casa sua, e tra un po’ di riso, un po’ di tè naturalmente bollente e dolcissimo e una fumatina mi ha spiegato la sua filosofia di vita, in un inglese mooolto approssimativo in cui le p e le b erano lo stesso suono. Poi mi ha fatto conoscere i suoi 2 figli, uno che e’ nato solo un mese fa, si e’ arrotolato una kefiah attorno alla testa e….ha cercato di convertirmi all’islam!! Ho declinato forse un po’ bruscamente, quindi ha cercato di farmi dormire da lui la notte, voleva portarmi fuori nel deserto coi Beduini ecc. Pero ho preferito tornare al Cairo, nell’altra città, quella più progressista e “occidentale”, e anche li e’ stata un’avventura, perche non lo sapevo ma ero veramente lontano, tipo Mudi mi ha fatto scortare per una mezz’oretta di camminata da due picciotti, che non parlavano inglese naturalmente, tutti mi guardavano molto strano anche se non mi sono sentito un attimo in pericolo. Poi ho preso un minibus tamarrissimo pieno di lucine che mi ha portato alla fine della metro, e da li a downtown in metro ci ho messo un’ora!!!! Quindi e’ stato un viaggio dentro l’altra Cairo, quella fortemente islamica, quella che prega davvero e ci crede, quella che sta prendendo un’altra direzione rispetto agli ultimi 30 anni.. interessante, molto interessante.
La serata e’ finita visitando moschee con abdou, e mangiando cervello e fegato per strada..forse un po’ più nella mia dimensione, bello vedere cose diverse, impareggiabile il tramonto sul Sahara nel bel mezzo di una baraccopoli con muezzim che chiama alla preghiera, ma forse un passo alla volta e’ meglio, no?
Magari quando torno indietro dalla Tanzania avrò voglia di farmi accompagnare nel deserto…
Avrei altre cose da dire sul Cairo, ma non ho tempo: il mio aereo per dar es salaam parte tra 2 ore, sono già in ritardissimo.
Ci sentiremo dall’africa nera. Tra qualche giorno penso.
Intanto ciao e salaam aleikum.
Marco
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Makambako, 24/12/2009
Ciao a tutti.
Scusate la prolungata assenza, ma come si può immaginare in questo continente non e’ che si trova esattamente un internet point ogni 20 passi..
Beh, sono già arrivato! Il viaggio per Makambako e’ stato anche più breve del previsto, anche se comunque arduo. Ma andiamo con ordine, e fatemi spiegare tutto per bene. Ci metterò un po’, ma se siete li pieni dal pranzo di natale potrebbe essere una lettura interessante…
Mi avevate lasciato sabato sera, al Cairo, dal mio amico Abdou: dopo averlo salutato (con tutti i miei organi interni al rispettivo posto, alla faccia delle malelingue..) ho preso un taxi fiat 131, taxi di lusso, e sono andato in aeroporto. Alla 22.30 e’ partito il volo per Dar es Salaam: ho volato veramente di merda, l’Egyptair non e’ decisamente una buona compagnia aerea ma costa poco, il cibo e’ al limite del mangiabile ma l’ho pagato e lo dovrò pur mangiare, eccheccazzo!!
Alle 5.20 ora locale atterro a Dar es-Salaam, letteralmente “porto di pace”, città-porto recente adagiata sul dolce Oceano Indiano, uno dei maggiori porti dell’Africa orientale nonché base di lancio per il turismo a Zanzibar. Ci sono già 28 gradi e il 90 per cento di umidità: faccio quasi 2 ore di fila per il visto, schiumando per l’assenza di aria condizionata (siamo abituati troppo bene..). Mi aspetto chissà quali domande, invece con il mio passaporto e soprattutto con 50 bei dollaroni americani verdissimi ottengo un visto turistico di 3 mesi, business prohibited. Esco dall’aeroporto e vengo agganciato da un taxi driver a cui dico: ora taci un secondo e fammi fumare una sigaretta, tie’ fuma anche te, poi vedremo. Conosce bologna, assurdo.
Il piano e’ farmi portare alla Procura dell’ordine della Consolata (di cui fa parte il missionario di cui sarò ospite), e loro mi metteranno sull’autobus per makambako. Ma e’ molto presto e l’oceano mi chiama, lo sento: concordo quindi un prezzo per farmi portare sull’oceano per Breakfast e poi alla Consolata. Gli chiedo: sai dov’e? E lui: si si don’t worry, consolata mission! Vabe..
Il mio driver mi fa attraversare il centro città, mi fa vedere tutti gli hotel a 5 stelle di Dar, le residenze degli ambasciatori (al che io gli dico: brother, no money in italy, siamo scannati quasi quanto voi!), poi mi porta a colazione su una spiaggetta. Ah, l’odore delle foglie di mangrovie in decomposizione, l’acre profumo della vita che si rigenera continuamente! Sentendomi un po’ il capitano Cook a Sydney, quando c’e arrivato, faccio un’ottima english breakfast, pago anche per il driver (circa 5 dollari) e mi faccio portare alla consolata.
Ma.. riattraversa la città, si reca a sud: ci sono solo depositi di carburante, camion parcheggiati, gente che cammina, baracche. Mi vuole mollare in una missione tipo pentecostale, e io gli dico: no bello, consolata, Mwuinyi road. Chiede un po’ in giro, intanto fa caldissimo, non capisco nulla perche parla in swahili, ma alla fine mi dice che e’ lontanissimo, che il prezzo e’ sbagliato. Gli dico che no, e’ colpa sua e io non pago di più: lui si scalda, guida sempre peggio, quasi investe una moto, bestemmia in lingue arcane e sconosciute. L’uomo non mi piace, quindi mi faccio spennare (era probabilmente il suo piano, ma che posso fare, farmi lasciare sotto un deposito di benzina chissadove a dar??). Mi porta dove voglio.
La procura della consolata e’ una bella casona gialla, piena di aria condizionata e belle stanze nuove nuove. E’ una specie di ostello, si paga la stanza e si può stare li. Si vede che ci sono i soldi. Dormo tutto il giorno, fa un caldo infernale, non esco manco dal cancello. Resto 10 minuti a piedi nudi fuori dalla zanzariera e mi trovo con più di 30 punture di zanzare per piede!!
Alle 5 sveglia; Agostino, un ragazzo che lavora li come tuttofare, mi porta alla stazione dei bus di Ubungo in Land Cruiser. Se a Cairo il traffico e’ un delirio senza regole sincronizzato da dio (come ama dire il mio amico Abdou), a Dar sembra non ci sia manco dio. E almeno gli egiziani guidano bene, pazzi ma sanno guidare, qui non ci riescono proprio! Sarà che guidano dal lato sbagliato, a sinistra..
La stazione e’ il delirio più totale: c’e’ gente dappertutto, milioni di autobus, botteghine e venditori ambulanti in ogni centimetro di terreno disponibile, che poi e’ tutto fango chè ha appena piovuto per 2 minuti. Agostino mi infila in un bus, mi dice “safari njema” (buon viaggio) e se ne va. La compagnia dei bus si chiama Grazia safari, la linea Dar-Njombe. Sospetto che la compagnia abbia qualcosa a che fare con la religione cattolica, perché dietro si legge “power to Jesus the almighty” (potere a gesu onnipotente) e dalla tele interna sparano video misto hiphop-afro-christian-reggae, con scene da Passion di Mel Gibson, fiamme sullo sfondo e gangsta tanzaniani che rappano in swahili chissà quali rime sul signore onnipotente o su maria, o per quello che capisco pure sul diavolo. Mah.
Partiamo alle 7.30, un’ora di ritardo ma e’ tranquilla. La mia vicina di sedile, una signora di direi 45-50 anni di corporatura decisamente africana (quindi bella in carne) ha 2 borsoni sul sedile, quindi meta del suo deretano riposa sul mio sedile, pero io ci sto e ringrazio jesus almighty e bologna di non aver mangiato molto nell’ultimo mese; ma sono scomodissimo. Durante il viaggio comprerà anche nell’ ordine: mezzo casco di banane, 2 ananas grandi come la testa di mike tyson, cibo per un popolo tra cui 2 strane coscette di qualcosa con patate, una rete di limoni o simili e circa 10 kg di cipolle mezze marce, il tutto passato su dal finestrino dai ragazzini sulla strada. Ogni tanto mi dice qualcosa in swahili e ride: io le rispondo sorridendo: sposta le tue cazzo di cipolle che non ci entro!! Poi pero mi offre mezza pannocchia arrostita alla brace, e quindi torno suo amico. Tanto sono solo 11 ore di viaggio, no? Un po’ di adattamento perdio..
Il biglietto e’ costato 21mila scellini tanzaniani, circa 16 dollari: sono 700 km, e nel prezzo e’ compreso: una specie di broichina con una tè buonissimo, una bottiglietta di coca ghiacciata (in vetro, d’annata), una di acqua e 2 caramelle disgustose. Sticazzi pero. Il bus non ha aria condizionata, o meglio ce l’ha quando va veloce e entra vento dai finestrini: le sospensioni avrebbero bisogno di una occhiata, e pure i freni, ma tanto siamo nelle mani di jesus almighty quindi no worries!!
Non so come ma mi addormento svariate volte: ogni volta che mi sveglio sono in un ambiante naturale diverso. Campi di sisal verdissimi, savana arida, il Mikumi Natural Park dove scorgo giraffe e gazzelle, montagne con umidissime e ampissime vallate dove girano decine di babbuini, ancora grandi spazi aridi (in uno di questi ci fermiamo a mangiare..cioè, sgranocchiare delle storie fritte per me..) e paludi giganti e acquitrinose.
Alle 18.20 mi dicono di scendere, o almeno spero di aver capito: scavalco un pollo vivo che sta in una scatola sul corridoio, lui mi guarda e dice: ma sei sicuro che stai nel posto giusto? Perche a me sembri un po’ fuori luogo… Ma scorgo finalmente Padre Remo. Si, sono a Makambako.
Si tratta di una cittadina di circa 80 mila abitanti, nella regione di Iringa, che si e’ sviluppata (o meglio ha accorpato alcuni grossi villaggi) negli ultimi 10 anni. Quindi non e’ esattamente una città come le nostre, e’ più tipo un grande ammasso di casupole di mattoni di fango rosso e tetti di lamiera, costruito attorno a una chiesa e a un mercato. Vedo gente a piedi ovunque: Remo dice: “L’africano e’ l’uomo della strada: Non percorrerai mai 2 km in Africa senza trovare qualcuno che cammina, ovunque tu sia. Tutti camminano sempre”. Per quello che ho visto ha ragione. Lui mi piace, e’ in Tanzania da 27 anni, dice “noi che ormai siamo di qui”, ha una piacevole erre moscia che rende il suo swahili divertente e ancora più melodico da sentire.
Alloggio in una casetta dentro il perimetro della missione, che comprende chiesa, scuola, asilo, youth center, canonica, ambulatorio, falegnameria e altre costruzioni minori. La sera a’ strano, i cancelli si chiudono e alle 8 c’e’ un silenzio assurdo, il silenzio senza luce artificiale, il silenzio africano che sembra premere alle mie finestre mentre ascolto suoni che non ci sono.
Mi sto ancora ripigliando dal viaggio: dormo molto, leggo ancora di più, non esco ancora da solo. La lingua e’ un problema grosso: qui nessuno parla inglese, anche perché come mi fa notare Remo e’ la lingua degli invasori. Preferiscono non parlarla in Tanzania, se possono. E qui in campagna possono permetterselo, non c’e’ turismo per nulla. Chi passa di qui sa decisamente farsi capire in swahili: tutti tranne me, a quanto pare.
La mattina apro gli occhi e vedo: una chiesa gialla, eucalipti altissimi, sentieri rossi, donne accucciate in un orto verdissimo, e il cielo azzurro.
Ora sono stanco e non ho molto altro da raccontare. Sono solo felice di essere qui, anche se non ho ancora ben capito che ci sto a fare, ma lo capirò presto immagino. E se non lo capisco pace. Intanto non fa freddo: ci sono 28 gradi di giorno, 15 di notte, poca umidità perche mi trovo a 1600 mt di altitudine slm. Ogni tanto piove, bello sentire l’acqua sul tetto di lamiera. E voi che vi state gelando in Italia… Ho anche sconfitto il pipistrello che abitava nella mia casetta: l’avevo chiamato Batman. Ora però un po’ mi manca sentirlo muoversi di notte.
Forse dopo natale riuscirò a fare un corsetto di swahili, e poi potrò cominciare a avventurarmi un po’ fuori. Cercherò di trasmettere notizie più dettagliate prossimamente, ma non prometto niente perche la connessione non c’e’ sempre, e manco la luce. Ora sono solo stanco di scrivere, ho bisogno di un mango per ripigliarmi.
Asante (grazie) per l’attenzione (E’ quasi l’unica parola in swahili che so, fatemela usare…)
Buon Natale a tutti, e buon freddo. Eheheh.
Marco
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Makambako, 28/12/2009
Sapete, uno fa delle esperienze, e pensa che non ci possa mai essere fine all’assurdo. Tipo: io, dopo quello dell’anno scorso, non pensavo di poter passare un natale più assurdo e invece…
Per dare un’idea veloce: l’anno scorso a natale ero a Sydney. Faceva molto caldo: la vigilia l’ho passata in un parco a “rinfrescarmi” di birra in un parco, che poi ho scoperto chiamarsi Wentworth Park (e l’ho scoperto mesi dopo quando, trovato lavoro in città, ho scoperto che la strada migliore per raggiungere il posto di lavoro da casa mia passava da quel parco. E a Syd ci sono decine di parchi come quello. E quindi ci sono passato tutti i giorni per 3 mesi. Le coincidenze). Il giorno di Natale, io e il mio fidato compare di cui non faccio il nome per diritto alla privacy avevamo ancora sete ( faceva ancora caldo) e voglia di pranzo natalizio: il piccolo problema e’ che in città era tutto assolutamente chiuso in città! Dopo 3 ore di spossanti ricerche, abbiamo trovato il paradiso: The Golden Bridge, chinese restaurant! Figurati se i cinesi chiudono un’attività un giorno all’anno.. quindi il nostro pranzo natalizio, invece del solito pranzo da 25 portate in famiglia, e’ stato a base di noodles, steamed wonton e curry king prawns (e vi risparmio i nomi in cinese, anche perche non li so), in mezzo alla chinatown di sydney. Noi e i cinesi. E si: abbiamo anche placato la nostra sete…
Tornando all’oggi: Natale a Makambako, Tanzania, Africa. E già li suona strano.
La vigilia quest’anno l’ho passata principalmente a letto a leggere: alle 110 di sera dormivo di già. Il mattino del 25: attivo presto, alle 5. Vista l’alba, colazione, e poi via, sulla jeep di Padre Casimiro (l’altro missionario che c’e’ qui, portoghese, parla italiano e swahili con un triste accento portoghese. Proprio triste il portoghese) alla volta di alcuni villaggi vicini. Sono entrato in chiesa alle 10 del mattino e sono uscito alle 2 del pomeriggio! Perche qui le messe so’ proprio luuunghe: cominciano circa quando capita (nessuno ha orologio e magari qualcuno deve camminare 10 km per arrivare alla chiesa), e poi se la cantano, se la suonano, se la ridono, se la applaudono,se la benedicono, se la battezzano, se la inginocchiano…mah.
Naturalmente io non ci capisco una mazza, essendo tutta la celebrazione in swahili. Peto ci resto in chiesa, cerco di seguire quello che fanno gli altri…
Prima messa: a Idofi. Un centinaio di persone presenti. Oltre al missionario, io sono l’unico bianco. Mi guardano tutti, soprattutto il piercing ( e io che pensavo fosse una tradizione africana..), e le gambe, perche ho i pantaloni corti e devono sembrare decisamente bianche e ridicole. E anche i peli destano curiosità. A fine messa mi chiamano sull’altare, e in mezzo a applausi e urla di gioia faccio il mio discorso: ciao a tutti mi chiamo marco vengo dall’Italia e’ la prima volta che vengo in Tanzania e’ un bel paese e vorrei tornarci in futuro. Casimiro traduce. Tutti sorridono, tutti felici, applausi. Avvampo in volto, sento caldo, sono emozionato, dico asante mi inchino e torno al mio posticino.
Seconda messa, 5 km e mille buche più a sud: a Nygo. Qui ci sono almeno 300 persone, di cui almeno 200 bambini. Tanta gente mi stringe la mano, dicono karibu (benvenuto), molti si inchinano, soprattutto ragazze giovani (che figata eh?!peccato che e’ perche pensano che io sia un missionario…) Mi siedo in fondo alla chiesa, ma un tipo mi prende per mano e mi trascina nel primo banco. Scopro di essere in mezzo ai notabili della comunità locale, i gangsta: catechista e capo del consiglio pastorale. Mica cazzi. Per la prima volta vengo colpito da un odore: simile all’odore che c’era nelle malghe trentine quando ero piccolo, sulle montagne. Odore di legna che arde misto a sterco di vacca, di fuoco acceso giorno e notte. Detto cosi fa un po’ schifo, ma mi fa fare un salto indietro di quasi 20 anni. E’ un odore che ha addosso la gente: qui si cucina sul focolare dentro casa. Un buon odore, a me piace. Anche qui messa di 2 ore e passa, ci sono pure dei cuccioletti da battezzare, stanno appesi dietro alle schiene delle mamme avvolti in tessuti coloratissimi, se la dormono beati. E poi canti, suonate di tamburi, preghiere strane, mani che si stringono. Arriva il mio turno ancora, vengo spinto sull’altare, faccio il mio discorso. Non penso di aver mai parlato di fronte a tanta gente in una volta sola: un sacco di denti bianchissimi mi sorridono dai banchi di questa chiesa. Che emozione. Lasciamo la chiesa tra due ali di folla, poi Casimiro mi dice: devo andare via un attimo ci vediamo dopo. E io rispondo ok, ma poi mi accorgo che nessuno parla una lingua che capisco oltre a lui…e sono le 2, ho super-fame e mica c’e’ un take away in questo paesino. Una donna mi prende per mano e mi porta in una casa: odore di legna, non c’e’ corrente elettrica ne acqua corrente. Mi fa sedere su una sedia, mi lava le mani con acqua tiepida in un secchio. E continuando a chiacchierare di chissà cosa mi da del cibo: ugali (una specie di polenta di mais bianca senza sale), erbe cotte e del pesce dall’aspetto inquietante immerso in un sughetto rosso. Bisogna fare delle pallette con l’ugali, e usarlo come cucchiaio con le mani per mangiare il resto. Tutti ridono, sono un po’ impacciato. Oh, c’ho messo dei mesi a imparare con le bacchette, ora pure l’ugali… Pero e’ bono l’ugali, le erbe pure (poi scopro essere quelle che noi chiamiamo gramigne, solo altre un metro e mezzo), il sughetto e’ gustoso ma il pesce si conferma nell’aspetto inquietante: fa proprio ribrezzo, sa di monnezza bruciata/palude. Mi spiace, ma non visto ne sbologno qualche pezzettino al gatto: non ha praticamente polpa sto pesce, e’ tutte lische, e poi fa proprio schifo eh! Che bastardo, pero qui in campagna il cibo in questa stagione non manca mai. Aspettando il missionario, cercano di insegnarmi in numeri dall’1 al 20, poi ci spingiamo al 100 mila. Io ci provo, ma non e’ facile sto swahili. E poi sulle dita si conta partendo dal mignolo, non dal pollice. Bah, paese che trovi… Torna il missionario: scopro di aver mangiato a casa del catechista, ringrazio saluto asante buon natale ciau ciau.
La sera, di ritorno alla missione, facciamo super-cenone con la comunità di 6 suore nere che stanno qui. Tutte fanno a gara per sedersi vicino a me , toccarmi il piercing e farmi ripetere i numeri. Grazie ragazze, pero che coglioni sti numeri! Remo mi sfotte, loro non capiscono l’italiano e continua a dirmi ridendo: mi sa che hai fatto proprio colpo…Scopro il mio cibo tanzaniano preferito: si chiama Sambusa, e’ simile al samosa indiano, triangoli di pasta fritta ripieni di carne macinata cipolla piselli e peperoncino. Spettacolo, ne mangio un casino per poi scoprire che se abusati hanno degli effetti collaterali quali strabismo, allucinazioni e movimenti intestinali sospettissimi. Come i samosa infatti. La cena finisce in bellezza: in canonica, Remo essendo trentino ha una riservina di grappa fatta in casa. Non sarebbe stato natale senza grappa: sono grato alla vita, cosi felice che vorrei bestemmiare (sarebbe dovuto con la grappa, ma qui non e’ il caso: lo faccio internamente). Che spettacolo di natale.
Potrà non interessare a molti di voi, ma vi sfido singolarmente a raccontarmi un natale meno tradizionale del mio..
Mentre scrivo e’ il 28, lunedi. I tre giorni scorsi sono stati molto simili al giorno di natale: messe, presentazioni, pranzo in capanne buie e affumicate. Le suore sono sempre più felici che io sia qui, e penso che una di loro, Sister Z. (la privacy..) abbia una cotta per me: mi ha regalato un braccialetto una collana e uno schemino con i numeri da uno a 20, fatto con amore. Remo ha commentato: “uuuh, siamo già ai regalini!…” Maledetto.
Da 2 giorni piove: I colori sono cambiati, l’erba e’ di un verde accecante, le strade e I sentieri sono di un rosso sangue, il mais cresce a vista d’occhio, anche gli eucalipti sono diversi. Ci sono laghi di acqua marroncina ovunque. Ma che bello addormentarsi con il rumore delle gocce di pioggia sul tetto di lamiera… e svegliarsi alle 5 col canto del muezzim da una moschea vicina… e alle 6 con le campane della chiesa… e alle 7 con i cani che abbaiano…AAAAAAAAHHHHGGG!!!
Aye. Alla prossima.
Marco
PS: dopo batman, ho un nuovo compagno di stanza! Si chiama Mr. T., come quello dell’A-team, ma qui sta per Mister Topo. La scorsa notte mi ha mangiato un paio di biscotti che stavano sul comodino. Sto pensando di tenerlo e cibarlo, e’ tanto tenero e piccolino… ma temo che crescendo possa diventare brutto peloso e incazzato nero come l’originale, quello dell’ A-team. Lui ora fa televendite in tv per le casalinghe americane: e se anche il mio Mr. T. poi si mette a vendermi pentole nel cuore della notte? La decisone richiede riflessione…
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Makambako, 08/01/2010
Grosse nuvole grigie incombono. Forse sta per piovere: ma qui, in questo clima tropicale non lo capisco mai bene. Si alza un forte vento che sembra smentire l’eventualità’ pioggia. Toh, esce anche il sole, che subito brucia sul collo. Del resto siamo poco sotto l’equatore.. Mi trovo in un piazzale polveroso che appartiene a una banca situata vicino al mercato di Makambako, il vero centro dell’abitato, sull’unica strada asfaltata che attraversa questa porzione di città. Ho la gola secca: non tanto per il caldo, piu’ per colpa delle decine di camion che passano a 5 mt da dove sto in piedi, trascinandosi dietro pestilenziali nuvole di polvere mista ai gas di scarico. HO la gola secca anche per il leggero disagio che mi provoca l’essere sempre e costantemente osservato da centinaia di sguardi, che si distolgono dal mio in fretta appena cerco un contatto visivo. E’ la prima volta che esco da solo dalla missione, e l’ho fatto per venire alla banca. Hanno da poco installato il primo ATM (bancomat) della citta’: perciò c’e’ sempre una coda di mediamente 20-30 persone desiderosa di sperimentare la meraviglia dei soldi che escono da un buco nel muro. Molti sembrano solo curiosi, perche si allontanano dalla macchina senza aver prelevato contanti. La fila e’ molto lenta, evidentemente qualcuno non sa bene come usare questa cosa bippante. Bip, bip, bip. Ogni tanto, la guardia che sta alla porta della banca si reca pigramente alle spalle del cliente di turno all’atm per dare spiegazioni sul funzionamento. E, come dicevo, io sono l’unico bianco che ho visto in 20 minuti di cammino, con la relativa curiosità che scatenano in quasi tutti i miei pantaloncini, e i piedi nudi e candidi dentro l’infradito di plastica. In una nuvola di polvere, una Toyota Land Cruiser nuova di zecca, scintillante, bianca coi vetri scuri si ferma di fronte ala banca. La guardia che sta al cancello con un mitra da seconda guerra mondiale a tracolla va ad aprire la portiera del passeggero: dalla jeep spunta un ragazzo cinese, sarà sulla trentina, pantaloni color cachi immacolati, polo sportiva rossa, teca con carte varie sotto il braccio. Il guidatore, di poco piu’ giovane, è uno dei 10 cinesi con i baffi che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Si fiondano in banca, non prima però di aver scambiato qualche battuta in perfetto kiswahili con la guardia della porta: ma sono l’unico a non sapere sta lingua qui?? E naturalmente poi non sono manco riuscito a prelevare dei soldi: l’atm era rimasto senza contanti. Ah, l’Africa…
La Cina da 10 anni a questa parte e’ il Paese che investe maggiormente nel continente nero. Dal deserto alle foreste centrali, dall’Oceano Indiano al Pacifico, i capitali del Celeste Impero comprano e costruiscono di tutto, in quanto facili e veloci da ottenere in questi tempi di crisi economica e complicazioni burocratiche, e alla disposizione di chiunque, a volte anche di due gruppi armati avversari contemporaneamente. Qualcuno parla forse non a sproposito di neocolonialismo della Cina sull’Africa (vedi Nigrizia, giugno 2009).
Evidentemente, come forse dimostra la piccola scena a cui ho assistito, il discorso vale anche per il Tanzania, che dopo un decennio di sorprendente crescita economica è ora in piena recessione. Ma andiamo con ordine.
Il Tanzania si trova sulla fascia tropicale dell’Africa Orientale, appena a sud dell’equatore e confina con Kenya, Uganda, Rwanda, Burundi, R.D.Congo, Zambia, Malawi, Mozambico e Oceano Indiano. Le ultime statistiche parlano di circa 36 milioni di abitanti, ma Remo (il missionario da cui sono tuttora ospite) ci informa che durante i censimenti ha sempre visto tanta gente sparire in foresta per cercare di sfuggire alla tassazione: la cifra quindi non è cosi sicura. Colonia tedesca prima, protettorato inglese poi fino al 1961, il Tanzania raggiunge l’attuale forma solo nel 1964 con l’unione del territorio chiamato Tanganika con l’isola di Zanzibar. A capo del neo-stato, il più grande promotore dell’indipendenza, Julius Nyerere, affettuosamente chiamato da tutto mwalimu (leggi mualimu, maestro). Nyerere è decisamente uno dei leader africano più affascinanti: nato in un villaggio, era molto vicino al sostrato culturale rurale del suo popolo, e immagina una nuova strada di sviluppo per il suo Paese, che non passi ne’per il capitalismo ne’ per il comunismo ne’ per una dittatura. Nasce così l’ “ujamaa”, la via africana al socialismo, che punta all’autosufficienza attraverso la priorità data allo sviluppo agricolo e all’educazione universale. Praticamente il risultato e’ cercato attraverso la collettivizzazione (a volte anche un po’ forzata) delle campagne, una villaggizzazione che impedisca il formarsi di grandi città così gravose per le esigue finanze degli stati africani, e svariati anni di scuola dell’obbligo per tutti. Ogni villaggio ujamaa ha un appezzamento di terreno collettivo che deve essere lavorato da tutti e i cui proventi devono servire ad autosostenere i servizi fondamentali per il villaggio, quali scuola e ambulatorio medico, ad esempio; i contadini continuano comunque ad avere terre private. Cosi semplice, cosi funzionale, cosi infallibile.
Com’e’ facile immaginare invece, il progetto del buon Mwalimu fallì nel giro di una quindicina di anni per molteplici cause: un’eccessiva burocratizzazione, una moltitudine di gente che dava ordini spesso in conflitto fra loro ai contadini, naturalmente l’avarizia e la cupidigia sempre presenti in ogni animo umano, e non da ultimo alcune pessime annate per i raccolti (per approfondire, vedi Dumont-Mottin, L’Africa strangolata).
Il Tanzania e’ arrivato ad essere il terzultimo Paese più povere del mondo, e Remo che e’ qui da un po’ (27 anni..) conferma raccontando come una decina di anni fa le cifre del bilancio statale fossero molto simili a quelle che aveva letto lo stesso anno sul bilancio della provincia di Trento (maledetti trentini ricconi…)!
Ora la situazione e’ migliorata un po’, ma il Tanzania e’ anche estremamente povero: statistiche alla mano, il 58% della popolazione (presumibilmente quella rurale) vive con meno di 1$ al giorno. Per il poco che ho visto, pero, l’impressione e’ che nessuno muore di fame, proprio perché le fasce più povere della popolazione vivono nelle campagne dove, annate permettendo, se il raccolto e’ buono un po’ di ugali e un po’ di fagioli in pancia se li mettono tutti , tutti i giorni. Certo, la malnutrizione e’ un problema gravissimo, ma ci sono situazioni molto peggiori negli Stati limitrofi. Con ciò non voglio dire che giustifico questa forma di sottosviluppo, e’ solo per spiegare un dato (quello del dollaro al giorno) che altrimenti potrebbe spaventare..
Questi i fatti che sono riuscito a mettere insieme: scusate se ho voluto farvi sorbire sta pappardella, ma non capita tutti i giorni di visitare uno stato africano (almeno non a me..)e personalmente mi piace sapere dove mi trovo, e mi piace informare chi ha la gentilezza di seguirmi. Nelle prossime settimane probabilmente cercherò di muovermi dalla missioni, verso altre parti del Paese, per testare l’attuale situazione sulla mia pelle di muzungu, di bianco. Per capire bisogna partire, no?
Per il momento, buon 2010 a tutti.
Ah, il mio ultimo giorno dell’anno e’ stato naturalmente anti-tradizionale: a letto alle 10, dopo una cenetta leggera. Beh, seguita da un brindisino di grappa col Remo, siamo sempre trentini in fondo…
E Mr. T., il mio nuovo coinquilino, e’ già storia: e’ stato cacciato all’istante. Non mi ha fatto dormire per 2 notti, ha osato salire sul mio letto mentre dormivo (e glielo avevo detto di non venirci…) e ha cacato su qualsiasi superficie possibile immaginabile. Anche quelle verticali. Ma quanto può cacare un topolino lungo 2 cm???? Non so bene dove sia ora, credo si sia sentito odiato e abbia fatto fagotto, portandosi via le sue pentole da televendita, le sue collane d’oro tamarre e la sua chalopette di jeans cosi anni 80…
Kwaherini (arrivederci in kiswahili).
Marco
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Dar es salaam, 9/01/2010
ciao a tutti.
Ieri sera sono tornato a Dar es Salaam. così, all’improvviso, dopo 18 giorni l’esperienza a Makambako e’ finita, e com’e’ cominciata un po’ per caso e’ anche finita un po’ per caso: qualche giorno fa ho deciso che l’8 gennaio era un giorno fausto (mi e’ sempre piaciuto il numero 8…) ed era un bel giorno per ripartire. Quindi ho salutato tutti, missionari e suore specialmente, erano tutti molto tristi che me ne andassi, suore specialmente ribadisco…, ho comprato un biglietto per Dar e alle 7 di mattina sono saltato su un torpedone dai lisi sedili blu diretto al porto di pace. Saltato letteralmente, visto che qui i bus mica si fermano mai completamente.
Il viaggio e’ passato tranquillo: le solite 11 ore di maglietta incollata addosso per il sudore nonostante il vento fresco nei capelli (vabe capelli….diciamo nella barba), di martellante musica hip-hop-afro-reggae-christian in kiswahili coi soliti video tamarri incomprensibili a occhio occidentale, e di Africa che scorre nel riquadro del finestrino, lenta o veloce in base ai capricci di autista clima o polizia. Questa volta, almeno, vicino a me non c’era una signora di corporatura africana che comperava di tutto dal finestrino e mi toglieva il posto per vivere; in compenso c;era una giovanissima mamma africana, di corporatura tutt’altro che africana con un bel vestito rosso e il suo cuccioletto di 4 anni in braccio. Visto che il bambino mi guardava un po’ strano (il piercing, naturalmente…) appena ci siamo fermati per pranzo ho trovato un banchetto di mini sambusa superfritti, i miei triangolini di pasta ripiena di carne preferiti, e quindi mentre ne mangiavo una quantita industriale ne ho offerti un paio anche al cucciolo, che da li in poi felicissimo ha cominciato a sorridermi e farmi ciao con la manina, e non ha più smesso per tutto il resto del viaggio: solo 6 ore di sorrisini e ciaociao con la manina… Essendo ancora ai primi tragitti, x me viaggiare in Tanzania e’ come stare al cinema: ho passato 11 ore col naso incollato al vetro, guardando il paesaggio cambiare decine di volte in 700km, cosi come il tempo atmosferico, la vegetazione, le persone, le case..le immagini sono troppe per essere qui riportate, ma e’ stato di nuovo un viaggio stupendo, attraverso regioni rurali con capanne di fango e paglia, piantagioni di mais e sisal, bananeti, alberi di mango con foglie grandi come la mia testa, palme alte 15mt, la baobab valley, le giraffe e i babbuini che attraversano la striscia di asfalto che taglia il mikumi national park, ovunque donne chine a zappare fazzoletti di terra e uomini seduti all’ombra, venditori ambulanti che cingono d’assedio il bus a ogni sua fermata con il loro commercio informale, fiumi e torrenti color latte-e-nesquick, fiori di tutti i colori e fogge, natura natura natura, tutto carico di pioggia, umido, fertile, verde, rigogliosissimo, cieli infiniti, nuvole alte dipinte di tutte le gradazioni di grigio, molte di più di quelle che mai fotografo abbia potuto immaginare.
Poi finalmente Dar, il porto di pace che tanto in pace non e’: traffico assurdo visto dai sedili sfondati di un taxi noleggiato per 2 lire, due ore a zonzo per la città perche il driver mica ha idea di dove deve andare e quando chiede dopo 10 minuti di contrattazioni in kiswahili lo mandano sempre da tutt’altra parte, alla fine alle 7 passate (già buio, no buono essere in giro per di qui col buio…) riconosco io il baobab che fa da spartitraffico in mezzo a Mwuinyi Rd. e arrivo alla tanto desiderata Procura della Consolata. Naturalmente caldo umido, corrente elettrica che salta ogni 10 minuti, ma c’e’ un pasto tiepido che mi attende, e acqua ghiacciata, e una doccia fredda che non fa mai male, tonifica anzi, e qualcuno che parla una lingua che comprendo, e un letto. Ah, e le zanzare…
Dunque, ora che la mia esperienza in missione e’ terminata, direi che delle piccole considerazioni sono d’obbligo. Come spesso succede quando si hanno delle aspettative, gran parte di quelle che nutrivo io prima di partire sono state deluse. Ad esempio, pensavo di andare a fare del bene, a fare del volontariato, sai si dice vado in africa a fare del volontariato no?: ebbene, concretamente non penso di averlo fatto. I miei giorni sono passati tra messe e libri, numeri di Nigrizia e pioggia, arachidi e mango, discussioni più o meno impegnate con i missionari e serate passate davanti a Rai International a guardare il tg1. Non avevo tenuto conto (ironicamente per me…) del fatto che i missionari sono qui per convertire e impiantare-inculturare il Vangelo e il messaggio cristiano eccetera, e non per fare volontariato sociale; per di più, per “fare” qualcosa ci vuole pianificazione, progetti, appoggi, fondi, tutte cose che io non avevo minimamente programmato. C’e’ anche una cosa da dire su questo tipo di volontariato a progetti: spesso (e ne abbiamo parlato anche con Remo, trovandoci concordi) e’ solo dannoso all’Africa, in quanto impone forme di sviluppo bianche, occidentali, che non c’entrano un cavolo con l”africa; e poi, essendo appunto imposto dall’alto da estranei, resterà sempre qualcosa di altro per la gente che mira ad aiutare, finendo poi per essere dimenticato e forse nemmeno essere preso in considerazione come aiuto da quelli che stanno qui. Scusate le generalizzazioni, non e’ tutto cosi negativo, ci sono progetti che funzionano, ma questo e’ quello che ho visto fin’ora: opere faraoniche abbandonate a se stesse, finanziamenti sperperati perche non sudati dalla gente cui sono indirizzati, soldi buttati alla cazzo di cane da ONG straniere belle e luccicanti, che poi fanno vedere in occidente il bell’ospedale finito, ma mica lo dicono che dopo 3 anni sarà già in pasto alle erbacce e ai topi (topi moooolto più grossi di Mr. T), inutilizzato, triste come una conchiglia rotta su una spiaggia, e come questa buono solo a fare sabbia…
Vabe, non voglio essere cosi negativo: e’ stata una bella esperienza, qualcosa di bello l’ho anche imparato! Se non altro sono stato introdotto al Tanzania e all’Africa da persone, i missionari, sospese tra la cultura locale che hanno in parte adottato da decenni e la mia: e la cosa e’ stata molto interessante e stimolante. Inoltre ho potuto vedere questi famosi missionari all’opera sul campo: e lo volevo fare da 2 anni, da quando mi sono laureato in antropologia proprio con una tesi sulle missioni cattoliche in Africa.
Insomma, come sempre accade, il viaggio ti sbatte in faccia delle porte solo per aprirti delle finestre…
Ora faro il turista per qualche giorno: il Tanzania e’ ricco di mitiche mete, e già che sono qui non vedo perche dovrei tornare in Italia al freddo e all’ozio. Saprete i miei spostamenti nelle prossime puntate di Road to Makambako, che ormai non e’ più la strada per makambako, e’ più la road FROM makambako, ma hey, mica si può cambiare nome a uno show mentre sta andando in onda no?…
kwaherini.
Marco
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Moshi, 13/01/2010
Licia Colo’ e’ sempre stata una delle persone che più ho invidiato al mondo. Lo so, l’invidia non e’ un sentimento nobile, anzi, ma lei e’ pagata da anni solo per portare in giro per il mondo il suo testone di riccioli biondi e un cameraman, e per starsene seduta un paio d’ore
ogni tanto in uno studio televisivo a milano a dire due cazzate su dove e’ stata! anche io voglio un lavoro cosi!! Comunque: il punto e’: in quello studio a milano lei ci gira “Alle falde del Kilimajaro”. Tralasciamo il fatto che io in quello show non ho mai visto il Kilimanjaro, pero da sempre questo titolo mi ha fatto sognare. E immaginare: chissà cosa diavolo ci sarà ai piedi del Kilimanjaro?? (beh, fatta eccezione per i watussi gli altissimi neri, che quelli lo sanno tutti che ci sono..) Ecco, da ieri lo so: ci sta la cittadina di Moshi, dove sono approdato dopo solo 8 ore di bus, altre 8 ore di Africa dal finestrino come se fossi al cinema. E ci stanno anche tante altre cose che immagino scoprirò nei prossimi giorni. L’emozione di essere qui e’ grande: sono in un internet cafe, e lo vedo mentre scrivo, il gigante d’Africa, 5891mt d’altitudine, vulcano (dicono) spento, il ghiacciaio sulla cime purtroppo ridotto ormai a un cumuletto di neve (riscaldamento globale, aveva ragione Al Gore). Lo vedo anche dal balcone della mia stanza d’hotel, matrimoniale, 7 euro a notte, lussuosissima. Spesso e’ coperto di una coltre di nubi spessa come panna montata, ma anche allora lo senti che c’e', la presenza si avverte. E io sono alle falde del kilimajaro, pure se non lavoro in televisione…
Tanto per raccontarvi qualcosa mentre faccio colazione con chai maziwa e chapati (te’ al latte e frittatine di farina), vi dico come sono stati i miei ultimi giorni, che ho passato a Dar es Salaam. Alloggiavo ancora alla Consolata Procura, in una zona residenziale chiamata Namanga, dove si trovano molte ambasciate e consolati e villone di ricchi vista-mare. Non e’ proprio il mio stile, ma e’ comodo e praticamente ci sono stato solo a cena e a dormire, e il resto del tempo l’ho passato in giro per la città. Il mio weekend e’ iniziato alla grande sabato pomeriggio con un primo bagno nell’Oceano Indiano, a Oyster Bay, circa 15 min a piedi da dove dormivo (pero ho scoperto una scorciatoia attraverso un piccolo slum che fa risparmiare qualche minuto ed e’ pure più pittoresco come tragitto). Certo l’acqua non e’ pulitissima e la spiaggia e’ un po’ cosparsa di rifiuti, pero e’ un bel posto per leggere, e la brezza marina allevia di non poco il caldo umido altrimenti attanagliante. E l’oceano indiano e’ cosi dolce, calmo e caldo, che sembra impossibile sia teatro di tali e tanti disastri (vedi tsunami ecc..) Sabato sera a cena ho conosciuto Michele e Marco, padre e figlio di 10 anni, trentini pure loro e pure loro di ritorno da una missione nella regione di Iringa; e Diana, una ragazza della Val Camonica nella stessa nostra condizione. Detto fatto, il nostro gruppetto cosi variegatamente composto si e’ avviato su un daladala (quei furgoncini che girano ovunque e ti portano lontanissimo per tipo 10 euro cent) ed e’ approdato al mercato del pesce: gamberoni vivi a 4 euro al kilo, sardine praticamente a gratis, tonni pinna gialla e addirittura uno squaletto sui tavolacci dei mercanti. Certo, il livello di igiene non era invitante, ma sticazzi il profumo che si librava dalle immense cucine all’aperto lo era eccome, anzi irresistibile per un ghiottone di pesce, e io uno spuntino di gamberetti fritti inzuppati in salsa piccante me lo sono fatto (e sono ancora qui a raccontarlo senza conseguenze evidenti..). Dopo aver preso un traghetto e un paio di daladala e un’apina di quelle tipo tuktuk siamo giunti su una spiaggia chiamata kipepeo (farfalla in kiswahili), un po’ fuori città, lunghissima e bellissima, oceano caldo anche se un po’ mosso e birrette gelate sotto un ombrellone di paglia: ah, che vita quella del turista! Mentre tornavamo in città più nessuno mi chiamava muzungu (bianco), e poi ho capito il perche: nonostante il cielo nuvoloso e la crema solare, sembravo un gamberone alla piastra!! Ora pero sono quasi tornato muzungu…
Prima di cena, domenica, ho avuto modo di assistere a uno spettacolo alquanto bizzarro: sono risceso a Oyster Bay per fare delle foto alla bassa marea, e ho trovato una moltitudine immensa di indiani sulla spiaggia, e nel parcheggio adiacente. Tutti seduti, in famiglie, a guardare il mare….indiani di tutte le razze e religioni e le lingue dell’India, quindi proprio un sacco di gente diversa! C’erano più indiani che neri…. ho chiesto spiegazioni e mi hanno spiegato, in inglese ma con il tipico accento indiano che mi fa sempre ricordare i taxisti australiani, che la domenica sera e’ usanza trovarsi li e chiacchierare guardando verso l’India, che in effetti e’ al largo di questa costa, anche se un bel po’ al largo… bah….
Lunedi mi sono semplicemente e volutamente perso per la città, in daladala e a piedi, stuzzicando l’appetito mattutino con cibi fritti per strada (nell’olio di motore probabilmente, ma gustosi) in padellacce arrugginite che pero danno tutto il buono alla frittura. E con grande insofferenza sono stato costretto nel pomeriggio a entrare in un hotel lussuosissimo per recarmi nell’ufficio della EgyptAir, la compagnia con cui ho prenotato i voli di ritorno, dove sono riuscito a posticipare la mia partenza di qualche giorno: quindi anche l’hotel a
5 stelle e’ stata una sofferenza giustificata…ehehe….
Ora staro qualche giorno qui a nord, finche mi stufo, poi.. si vedrà… ora vi lascio, che’ salto su un daladala e vado a caccia di watussi.
ciao. Marco.
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Moshi, 15/01/2010
Viaggiare in daladala, quei minivan onnipresenti in Africa, e’ fantastico, e oltre al cibo e’ una delle cose che più mi piace di questo Tanzania. dopo qualche giorno di siffatti spostamenti, sono riuscito a capire un paio di cosette su questi affarini, e vorrei condividerle con voi. Prima cosa: quando si viaggia in daladala non bisogna avere fretta, come quando si viaggia con trenitalia. Il mezzo ha in genere 14-16 posti a sedere, e svariati in piedi (non si sa come ma ci entrano un sacco di persone in piedi..), e finche non e’ stipato non parte. Solitamente fa spola tra due punti, scritti sul parabrezza e urlati continuamente dal bigliettaro: pero può essere fermato quasi totalmente e preso al volo in qualsiasi punto del suo tragitto . Naturalmente non ci sono orari, ma ce ne sono cosi tanti che se non hai un orario preciso in cui essere in un posto arrivi sempre in tempo. se stai calmo. Io preferisco prenderli dal capolinea, e cosi facendo ti si presentano 2 scenari: salti su quello che si sta già muovendo, accettando cosi un viaggio scomodissimo costellato di gente che ti pianta i gomiti nelle costole e tu non ti puoi muovere e non si come si fa a dire “scusi si potrebbe spostare un pelettino, brutta stronza ciccionaaa!!!!??” (si intuisce il rischio di perdita di calma, errore temibile); oppure aspetti quello dopo, occupi subito un posto a sedere ma cosi rischi di dover aspettare mezz’ora che si riempia, e se c’e’ il sole provi una sensazione paragonabile a quella che sperimenta un uovo se lo metti ne microonde e schiacci start (anche qui l’insidia di perdita di calma si intuisce). Insomma, come fai fai, sei sempre fottuto. Pero e’ bello…soprattutto per il prezzo! spesso c’e’ scritto da qualche parte, e se non c’e', ad esempio una corsa per attraversare dar es salam costa 200 scellini (10 euro cent), mentre ieri ho pagato 2000 sterline per coprire 80 km. E, per dare un’idea, viaggiare in taxi costa 1`00 volte tanto… ma non e’ altrettanto affascinante, avventuroso e perche no?, etnico!
Veniamo al dunque: cosa ho fatto in questi 2 giorni alle falde del kilimanjaro?
Mercoledi mi son recato a Marangu-mtoni, un’ora di daladala (30km) a nordest di Moshi. Paesino tranquillo, se non fosse che l’80% della gente che sale sul Kili lo fa usando la via Marangu, che parte da li. La bella cosa e’ che quasi tutti usano agenzie spillasoldi, quindi c’e’ solo un gran traffico di toyota bianche e niente più. Io, naturalmente, turista fai da te, ho ingaggiato per 5 euro al giorno Nelson, mio coetaneo, che ha fatto per 4 anni il porter (sherpa) su e giu dal monte ma ora che ha le ossa rotte sta facendo la scuola per diventare guida e farà un sacco di soldi in più senza portare pesi. Mi ha accompagnato in una camminata di 5 ore tra bananeti e foresta pluviale e campi di caffè, mostrandomi i camaleonti e nominandomi tutte le piante medicinali che incontravamo, spiegandomi in un inglese passabile (anche troppo per no nato e vissuto sempre a marangu direi) le loro proprietà. Tipo: l’eucalyptus bianco cura le punture di zanzara. IO ho provato, ma da incorreggibile muzungu sono ancora convinto che la pomata al cortisone funziona meglio… mi ha portato a fare il bagno alle cascate Kinakamuri (acqua freddissima e ottima da bere, acqua di ghiacciaio) e fino al cancello del parco del Kili, l’ultimo punto raggiungibile in auto, a 1600mt d’altitudine. Per la via marangu, ci vogliono 4 giorni per salire e 2 per scendere, si dorme sempre in rifugio e contrattando per bene (senza agenzie…) con massimo 500 euro a testa paghi tutto per tutta la settimana (e non devi manco portare lo zaino, solo te stesso, mica male no?) Ridiscesi a Marangu, mi ha portato a pranzo in una bettola dove abbiamo mangiato dell’ottima zuppa di maiale e banane con riso e fagioli. E ho scoperto che non ho trovato i watussi, ma i chagga, l’etnia che abita quella parte di montagna e di cui pure Nelson fa parte.
Ieri, stanco morto, sono stato solo ad Arusha, la città più grande del nord tanzania, roccaforte del brevissimo colonialismo tedesco nel Tanganyka e punto di partenza per tutti i safari nel parco del serengeti e del ngorongoro, sovrastata dal conicissimo Mount Meru. Li ho visitato il Arusha Declaration musuem: un’accozzaglia scombinata di roba propagandistica, che pero ha la particolarità di trovarsi nell’edificio dove nel 1965 Mwalimu Nyerere e altri patrioti hanno deciso che il Tanzania sarebbe stato socialista e avrebbe seguito la via del’Ujamaa (vedi sopra). Dopodiché, ho mangiato in una bettola (cibo buono eh, pero chiamarlo ristorante mi sembra un po’ troppo) e ho girato per 2 ore nel gigantesco mercato, seguendo le regole che ormai ho adottato per girare nei mercati africani: niente foto senno ti chiedono soldi, guardare tutto con poco interesse, fare sempre finta di sapere esattamente dove stai andando anche se non ne hai idea e un bel sorriso stampato in faccia, sempre, per tutti. Probabilmente sembro un cretino, ma i procacciatori non mi seccano, quindi funziona…Essendo il più grande del Tanzania settentrionale, questo mercato e’ particolarmente affascinante, cioè puzzolente e sporco: sono sezioni che le sezioni kuku (polli, vivi e morti), butchery (quarti di bue attaccati a uncini, pieni di mosche) e samaki (pesce, solo morto, e pure da qualche giorno) avrebbero fatto svenire più di uno di voi. Sorridere e’ stato un po’ difficile passando di li….
Mentre vi scrivo, do le ultime occhiate al gigante d’Africa: tra un’ora un bus partirà per dar, e io con lui. Altre 8 ore di cinema dal finestrino: un po’ mi sono anche rotto le balle, ma ormai che sono qui mi tocca no? mica posso volare..
Mi piacerebbe lasciarvi sulle spine, lasciarvi ad arrovellare il cervello chiedendovi quale sarà la mia prossima meta, ma oggi c’e’ un bel sole e mi sento buono, per cui vi do un bell’indizio: domani mattina di buon’ora mi recherò al porto di Dar e cercherò un traghetto che in un’oretta di navigazione verso nordest coprirà i 35 km di mare che separano la costa del Tanzania da….dai che e’ facile!!! chi non indovina e’ un muzungu…
Ci sentiamo da la. per ora mi autoauguro buon viaggio e saluto il kilimanjaro: ciao gigante, forse la prossima volta ti vedrò dal tuo ghiacciaio. se ci sarà ancora….
Marco
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Dar es Salaam, 21/01/2010
Ovunque queste taniche gialle, usate sia per la benzina, sia per l’olio da cucina, sia per l’acqua, anche se si suppone una tanica sia usata per un solo scopo alla volta, almeno per la maggior parte del tempo. E un’onnipresente fastidiosissimo rumore di motori a scoppio, un casino a volte costante a volte singhiozzante, a volte profondo a volte quasi urlante. Polifonia schizofrenica: ecco la giusta espressione per descrivere il delirio acustico prodotto da centinaia di piccoli e grandi generatori di corrente. Da circa 50 giorni l’intero arcipelago di Zanzibar e’ senza corrente elettrica. Qualcuno dice che tornerà tra un mese, qualcuno dice devono aggiustare i cavi. Sicuro e’ che nessuno se ne interessa molto, segno che qui e’ la normalità. Da secoli gli abitanti di quest’isola si sono adattati a tutto pur di fare affari: l’hanno fatto nell’800 quando l’isola era il centro delle esportazioni di mezza africa verso oriente (schivi in testa, anche se era già fuorilegge), e lo fanno tutt’ora per ciucciare alla tetta del turismo di massa. Piano, sono troppo negativo: i 5 giorni che ho passati a Unguja, l’isola maggiore dell’arcipelago, sono stati fantastici. HO amato le sue spiagge, le sue foreste, le sue barriere coralline, le viuzze di stone town, la sua gente. Pero.. ehehe, sono proprio un disfattista, devo sempre trovare un pero. Ma come al solito andiamo con ordine: vi racconto la mia esperienza a Zanzibar.
Sabato mattina, dopo aver contrattato il prezzo per il viaggio, mi sono imbarcato sul “Seagull”, detto il traghetto lento perche ci mette 3 ore contro le 2 degli aliscafi, ma costa 15 euro invece di 35 ed e’ scarsamente usato dai bianchi, quindi un amante dello slow-traveling come me non poteva lasciarselo sfuggire. Zanzibar, come sappiamo, si e’ unita al Tanzania solo nel 1964, dopo tra l’altro una sanguinosa rivoluzione a sfondo etnico-economico: quindi ha avuto una storia tutta parallela a quella della terraferma. Ciò si nota appena sbarcati, perche un poliziotto ti chiede il passaporto (solo ai bianchi..perche poi??) e ti fa compilare una di quelle carte tipo visto, anche se visto ufficialmente non te ne fanno. HO subito trovato l’alberghetto più losco in città (senza generatore naturalmente), nonché il più economico: bandahari lodge, camera matrimoniale con letto a baldacchino presidenziale e bagno privato per 10 euro a notte, con vista sui cortiletto fetido dove delle donne cucinavano pessimo pesce e riso per centinaio di pescatori che facevano colazione tornando dalla pesca, cioè alle 6 di mattina. Pero ero a Stone Town: città decisamente affascinante, uno dei porti più vissuti nella storia dei commerci umani, con un centro che non saprei come descrivere se non come labirintico, trascurato ed antico, salsedinato, per certi versi simile a venezia ma anche diversissimo; città decisamente arabeggiante ma anche molto africana, con sprazzi di india qui e la vicino a cattedrali cattoliche, incasinatissima nei vicoli affollati di persone, bambini vestiti di stracci, gatti randagi, monnezza, cavi della luce inutili e… Vespe, un sacco di Vespa, migliaia!!! Beh, mi sono perso decine di volte in quel labirinto, sempre più volentieri, capendoci sempre meno e trovandomi sempre da tutt’altra parte rispetto a quello che pensavo. Sono rimasto a Stone Town per quasi tre giorni: penso di aver visto molto, e devo dire che e’ un posto che mi9 ha colpito un sacco. Sopra tutto mi hanno colpito le donne: c’e’ un tale intreccio di culture su quei visi, inscritto su quei corpi, commistioni indo-afro-arabe, burqua ricavati da dothi tanzaniani come da sari indiani, carnagioni di tutte le gradazioni di colore possibile, occhi truccatissimi che ti osservano da sotto a veli neri, da cui spuntano solo mani e piedi decorati di complicati henna, uniche parti del corpo che sfuggono alla coltre del pudore islamico.
Scusate, mi sono perso a pensare alle donne. Non ci sono solo quelle pero: ho visto nell’interno dell’isola i campi di spezie, grande ricchezza storica di Zanzibar, tutt’ora redditizia al governo tanzaniano che monopolizza le esportazioni. Sono stato a est, 2 ore di daladala da stone town, a Chwaka (leggi Ciuka), villaggio remoto di pescatori dove ero l’unico bianco, ho mangiato cocco e mango a scoppiare per 30 eurocent guardando i raccoglitori di alghe a bordo delle loro canoe, ho chiacchierato con un ragazzo del paese che parlava italiano e mi ha portato a vedere un’asta del pesce. Sono stato a Mangapwani, bella spiaggia a nord di Stone Town, sabbia bianca, acqua azzurra….. sono stato un po’ dappertutto a mangiare, fingendomi un critico culinario che revisiona bettole: costa un po’ di più che sulla terraferma, ma con 4-5 euro si mangiano fantastici curry di pesce, fusione anche questi di culture e spezie provenienti da un sacco di posti diversi. Poi martedi, stanco del casino della città e delle molestie dei procacciatori di affari che qui sanno essere mooooolto insistenti, ho preso un altro daladala che dopo 2 orette mi ha lasciato vicino a Kendwa, costa nord-ovest. Il paradiso: per 2 giorni sono stato in una banda (capanna di foglie di palma intrecciate) su una spiaggia da cartolina, per 13 euro a notte compresa colazione di frutta tropicale e frittelle fritte (gnamm….). Ieri mattina sono stato a fare snorkeling all’atollo di Mnemba, e penso che solo vivere in un acquario tropicale potrebbe trasmettere lo stesso feeling di colori e forme ittici. E non serve che vi dica che il sole equatoriale mi ha baciato di nuovo, confermando la superiorità quantomeno tecnica della pelle nera su quella bianca. O almeno su quella trentina. Ho visto due tramonti… e’ assurdo come sia grande qui il sole, e come si infuochi poco prima di incontrare il mare; e come scenda veloce, e poi e’ subito notte: appena sparisce ne;;’acqua ormai grigia ti passa un brivido su per la spina dorsale, e anche l’oceano da un paio di colpi più forti per salutarlo.
estetica romantica a parte, ora vi dico cosa non mi piace di questo posto. Primo: troppi turisti italiani, di quelli che vanno SOLO nei villaggi turistici all inclusive italiani, dove parlano SOLO italiano SOLO con altri italiani che come loro sono stato SOLO in altro villaggi turistici italiani, e in genere parlano SOLO di queste esperienze. e se sono di milano incidentalmente anche di lavoro e di tasse. Li odio, e rovinano sempre tutto. Almeno per me. Mi spiace se offendo qualcuno, ma lo giudico un tipo di turismo completamente sbagliato. E in generale questo e’ un posto che vice di turismo, e da quello che ho visto fin’ora quando sei in un posto così sei trattato come un portafoglio, non come qualcuno con cui si può parlare e magari confrontarsi. Tutti cercano di essere tuoi amici, ma solo per trascinarti da qualche parte dove c’e’ un loro amico che ti fa lo sconto su un prezzo gonfiatissimo ma solo perche sei un amico eh?? ma chi ti conosce?? Insomma, sono un turista che odia i turisti. La contraddizione del turismo moderno, mi si potrebbe definire.
Ora sono tornato a Dar e salaam. Tra qualche ora vado in aeroporto a dormire, perche alle 4 domattina devo fare il check-in: volo egypt-air, destinazione cairo, dove arriverò verso mezzogiorno e incontrerò il buon amico Abdou. Non posso manco dire che sto lasciando l’Africa, pero sto lasciando l’africa nera: certo mi spiace un sacco, ma ogni tanto e’ bello anche risalpare verso mari conosciuti.
Ci risentiamo dalle due cairo. Per l’ultima volta, vi saluto in kiswahili: kwaherini!
Marco
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Alexandria, 28/01/2010
Viaggiare da solo e’ bellissimo: non devi preoccuparti di come passi le tue giornate, di cosa vedi o cosa perdi, puoi decidere di andare la’, camminare per un’ora per poi scoprire che non ne valeva la pena e nessuno si incazza con te e non ti puoi incazzare con nessuno. e soprattutto sei più portato a conoscere gente, a cercare contatto umano, non ti rinchiudi in un gruppo con i tuoi compagni di viaggio, sei più flessibile. eccetera.
Viaggiare da solo un Paesi più poveri di quello da cui provieni (Paesi in cui, anche se sei in un budget ristretto, hai sempre in tasca tanto quanto un abitante del posto guadagna in una settimana) e’ bellissimo lo stesso, perche ti da la possibilità di conoscere gente del posto, di essere più ricettivo verso la cultura diversa che visita, di notare piccole cose che non noteresti se fossi impegnato a chiacchierare con qualcuno. Ma C’E’ un grosso pero: spesso hai l’impressione di essere visto come un grosso portafoglio che cammina, di essere considerato una specie di bancomat umano tenuto a distribuire soldi, perche può capitare che per giorni gli unici contatti umani che hai sono con gente che ti approccia quasi solo per chiederti, alla fine, una mancia per qualche servizio, o per venderti qualcosa. Triste ma vero, almeno nella mia esperienza tra Tanzania e Egitto. e anche in quella di altri viaggiatori occidentali che ho conosciuto nell’ultimo mese. L’ultimo con cui ho parlato di questi argomenti e’ stato Mike, australiano di Perth che ha coniato l’espressione walking-wallet, e proprio di questo discutevamo un paio di giorni fa festeggiando l’Australia Day bevendo birra egiziana e parlando di Land Cruiser/ storia antica romana / seconda guerra mondiale nel pacifico / Zanzibar, in una di quelle tempeste culturali cosi frequenti oggigiorno.
Proprio qualche ora fa, pero, nella metro di Cairo ho incontrato l’eccezione che conferma la regola: Ibrahim, 35 anni, nato a cairo. Mi ha approcciato parlandomi in italiano (chissà come l’ha capito) e dicendomi che anche lui e’ ormai italiano e vive la da 9 anni. L’ho poi incontrato di nuovo alla biglietteria dei treni, dove cercavo con scarsissimi risultati di comprare un biglietto per Alexandria: lui mi ha aiutato dicendo “anche io vado la!”. già sentivo puzza di mancia, perche dopo un mese diventi malfidente! Invece no: mi ha offerto un tè, e’ salito con me sul treno, abbiamo chiacchierato, gli ho insegnato un paio di parole in italiano di cui sbagliava la pronuncia. Ad Alexandria mi ha portato in un hotel sul lungomare (ah il mediterraneo, aria di casa…) ha contrattato il prezzo per me, spuntando un ottimo 6 euro per una matrimoniale con balcone vistamare in uno splendido palazzo decadente, tra l’altro attaccato al Sofitel dove c’e’ gente che paga 200 euro a notte per la stessa vista che ho io. Vabe, loro non hanno 2 scarafaggi come compagni di stanza, ma sticazzi no? L’unica cosa che ha voluto in cambio e’ stato un tè e un shisha (narghile) al miele che abbiamo condiviso in silenzio in un pessimo cafe’ in centrocitta’. E la promessa di andarlo a trovare nella pizzeria dove lavora vicino a Varese (bleah), quando torna su tra una settimana. così assaggio la sua pizza e gli dico com’e’. una di quelle serie di eventi che ti cambiano d’umore, in meglio, non in peggio come tante altre serie di eventi che capitano cosi spesso, troppo spesso…
gli ultimi giorni in Egitto sono stati piacevoli: ho girato per 8 ore per il Museo Egizio, scoprendo che e’ decisamente troppo grande; sono salito sulla Cairo tower, alta 200 metri, scoprendo che Cairo e’ infinita e decisamente troppo inquinata; sono stato una notte a bawiti, nell’oasi di Bahariya (300km sud-est di Cairo), in mezzo al sahara duro e puro, sabbia e tutto quanto, e una notte ho dormito sotto le stelle tra le formazioni gessose del white desert, dove ho visto la più bella e silenziosa alba della mia vita. troppo silenziosa, faceva quasi male alle orecchie. Naturalmente ho avuto anche un paio di ottime cene nelle peggio bettole di Cairo con l’amico Abdou, che e’ sempre un’ottima guida gastronomica, sempre pronto a guidare i miei sensi tra tahini, fegato, calamari e cose di cui ignoro nome, composizione e ingredienti ma sempre buonissime. Oggi ho risalito il verdissimo delta del nilo fino a alexandria, la capitale di Alessandro, detta “la sposa del mare”, e ho apprezzato la sua atmosfera rilassata, quasi casalinga per me (ti aspetti di vedere la Sicilia spuntare la all’orizzonte…), ho amato lo splendido azzardo architettonico che e’ la nuova Bibliotheca Alexandrina e le moschee dalle cui finestre spalancate si vede l’azzurro mediterraneo.
Ormai e’ ora di veleggiare verso casa. domani torno a Cairo per la notte, e la mattina seguente un altro volo egyptair (con un altro pessimo pranzo egyptair) mi porterà nella fredda e inospitale Milano.
Quindi penso che per ora sia tutto. Potrebbe (ebbene si’) essere l’ultima puntata di Road to Makambako. O forse no…?
Intanto vi dico Salama, arrivederci, come ho imparato a dire qui in Egitto. e poi vedremo…
Marco
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Avio, 03/02/2010
Quella bella sensazione dell’aereo che si abbassa di quota, sbuca da sopra le nuvole e finalmente si vede il posto dove stai arrivando, e sai che ormai la sofferenza di stare seduto scomodamente in un cilindro di metallo attaccato a due ali a 10mila metri da terra sta finendo. Non che abbia paura, figurati, penso solo che volare sia noioso, ma purtroppo è indispensabile. Il nord-italia si affaccia al finestrino ovale, e… naturalmente la neve fa capolino sulla cime delle colline lombarde, mi saluta col suo ghigno bianco. Freddo, gelo. Non mi piace.
Ma è sempre bello riapprodare a casa…
Direi che ora il mio viaggio è definitivamente terminato, e con esso anche questa newsletter. Mi ero ripromesso di trarre delle conclusioni da questa esperienza, condividerle con tutti voi; ma lo trovo estremamente difficile, più che avere rivelazioni e illuminazioni ho continuato a pormi domande, continuamente, domande a cui è difficile dare anche solo una forma e figurati una risposta.
Ci tenevo solo a ringraziarvi per avermi accompagnato; è stato un onore essere stato una specie di reporter per un mese, e non vedo l’ora di tornare a farlo appena avrò la possibilità. Mi piace descrivere quello che vedo, mi aiuta anche a fissarlo nella memoria, ed è sicuramente anche un bel modo per condividere cose che viaggiando da solo non riesci a condivider con nessun’altro. Che a volte non sarebbe male. Grazie per avermi letto, spero solo che di tutte le parole che ho scritto (spesso malamente per colpa della fretta e di scassate tastiere di internet point in giro per l’africa) ve ne sia rimasta qualcuna in testa. Spero che tra tutto quel (poco) che ho raccontato ognuno di voi sia riuscito a focalizzare, concretizzare, una cosa, anche una sola: un’immagine, un suono, un odore, un personaggio che ho incontrato, una sensazione sulla pelle, un colore, un silenzio, un’attesa, un ricordo, un sogno…
Per ora ciao, e… beh, quando dicevo poche righe fa che non vedo l’ora di ricominciare a raccontare qualche altro posto, intendevo dire che ricomincerò molto presto. Tipo tra due settimane, forse tre. Pero non per mezzo di mail, ma con The Australian Way, blog di viaggio che qualcuno conoscerà già dall’anno scorso, arma segreta che ho deciso di rispolverare in previsione di una immediata partenza per…. eheh, troppo facile. Aspettate e saprete.
Marco
relativamente piccola rispetto alle altre, lunga tipo 30 metri e capace di portare 25 persone piu 5 di equipaggio. Parecchio messa male a dir la verita, ma chissenefrega. Il nostro gruppo era tutto composto di ragazzi della nostra eta circa, prevelentemente europei. La crew, principalmente di australiani sempre della nostra eta’. Nel tour era incluso cibo, ma potevamo portare il nostro alcool: manco a dirlo ci siamo muniti di cassa di birra e bottiglia di rum per i momenti difficili.
La prima sera e; stata tranquilla: la mattina sefuente alle 7 eravamo gia in viaggio per una laguna, dove abbiamo fatto qualche ora di spiaggia di fronte alla paradisiaca Whiteheaven Beach (che e’ troppo affollata per andarci a dir la verita’, e di fronte la sabbia e’ praticamente uguale, solo meno famosa, quindi tanto meglio). Il pomeriggio ci siamo spostati, e i vostri intrepidi eroi hanno fatto qualcosa mai fatto prima: scuba diving!!! DOpo un’oretta di snorkeling ci siamo muniti di bombola ecc, e dopo un corsetto introduttivi ci siamo immersi seguendo l’istruttore, vedendo un bel pezzettino di barriera corallina con tutta la sua vita e i
suoi pesci e i suoi coralli: abbiamo visto anche Nemo!!
altre jeep che incontravamo, pero andava alla grande sulle piste di sabbia e sulla spiaggia est, che e’ lunga tipo 120km!! Ci siamo alzati per 3 giorni alle 5 del mattino, giusto in tempo per vedere un paio di splendide albe sull’oceano, e ci svegliavamo cosi presto perche alle 5 era buio e campeggiavamo sulla spiaggia, quindi dopo aver cenato non c’e’ un diavolo da fare tranne bere, il che porta a dormire naturalmente, ma non dopo aver ammirato per ore un cielo stellato tra i piu belli visti in vita nostra, contando decine di stelle cadenti per notte.
Con noi due, nella jeep avevamo una coppia di irlandesi di 20 anni, una ragazzo francese di 27 e una coppia di amici francesi anche loro di 20 anni. Quindi solo io (marco), elia e il tipo francese potevano guidare, perche devi avere 21 anni e avere la patente naturalmente. Il gruppo ha eletto subito me come guidatore leader, grazie alla mia abilita di guidatore subito evidente dopo i primi metri di strada. Elia era il mio navigatore, cioe provava a leggere la mappa, cosa che ci ha fatto perdere un paio di volte ma non in maniera grave alla fine. Il team francese (driver e navigatore) ha provato a subentrare un paio di volte alla guida, ma l’italico team era nettamente superiore in abilita’ fuoristradesca, quindi fondalmentalmente ho guidato per 3 giorni, con conseguente mancanza di possibilita di bere come uno sfondato: Elia ha provveduto a consumare le nostre birre senza paura, un grande eroe che si e’ sacrificato per una causa maggiore. Insomma, di giorno girare tra
laghi spettacolari, rainforest (foresta pluviale) e pezzi di deserto che dici: ma perche c’e’ il deserto qui, e poi pensi: ma e’ un’isola di sabbia! al che pensi: ma come diavolo ci fa a crescere la rainforest nella sabbia??? DI notte grigliatina in spiaggia, guardare le stelle e provare a chiacchierare in inglese, cosa sempre piu difficile dopo la quinta birra.
anno fa hanno rapito un neonato proprio sull’isola e l’hanno ammazzato. Storia triste. Comunque sono carinissimi, naturalmente sempre alla ricerca di cibo e di avanzi vari, rubano anche le lattine di birra e sanno aprire i frigoriferi da campo. Quindi la sera bisogna sempre mettere tutto nella jeep, e sotterrare l’acqua per lavare i piatti con gli avanzi di cibo. La notte li abbiamo sentiti girare per il nostro campo base, e li abbiamo decisamente sentiti annusarci la testa attraverso la parete della tenda: esperienza assurda!
Oggi e’ il mio ultimo giorno a bundaberg: finalmente sto lasciando sto postaccio. In una settimana non si e’ naturalmente vista l’ombra di un lavoro, quindi ho avuto tempo per leggere un paio di libri, guardare una decina di film e vedere TUTTO quello che c’era da vedere a Bundy.
Brisbane e’ decisamente una citta fichissima. Penso di non esagerare dicendo che per me e’ un posto ideale per vivere: fa meno di un milione di abitanti, non e’ moto estesa e allo stesso tempo non ha molti edifici a tanti piani, ha un aereoporto internazionale, il clima e’ splendido (adesso e’ inverno, non piove molto e durante il giorno ci sono 25 gradi). La gente e’ decisamente ospitale e simpatica, tutti ti salutano per strada, tutti non hanno molto di cui preoccuparsi perche i soldi per vivere non mancano a nessuno. E importantissimo, d’estate c’e’ un delirio di turismo, quindi la citta straripa di gente proveniente da tutto il mondo che e’ qui per divertirsi, con tutto quello che ne consegue. C’e’ solo una cosa che manca: il mare. Non e’ molto lontano, tipo 25km, ma e’ abbastanza lontano per mancarti sempre e comunque.